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GHIACCIOGhiaccio in testa contro un’emicrania, ghiaccio su una contusione o una bruciatura…e il dolore fugge via. Che il ghiaccio fosse un rimedio contro il dolore lo sapevano anche le nostre nonne ma adesso è la ricerca scientifica a confermare e spiegare l’azione analgesica delle basse temperature. I ricercatori dell’università di Edimburgo lo chiamano sistema blocca dolore, quello che con una semplice “somministrazione” di sostanza fredda attiva i recensori sensibili alla variazione di temperatura che inviano a loro volta un segnale nervoso al midollo spinale disattivando i recettori che segnalano la sensazione di dolore. DOLORE IL dolore, una sensazione che ognuno di noi almeno una volta nella vita ha provato, origina dalle terminazioni nervose libere distribuite tra le cellule tissutali. Sono i recettori per il dolore, presenti tra i tessuti e con maggior concentrazione nella cute. Il meccanismo del dolore è un meccanismo di difesa che avverte il nostro cervello del rischio di un danno, permettendoci di prevenirlo e di reagire adeguatamente. A volte però il livello di attivazione dei recettori del dolore è molto basso, sia per condizioni psicofisiche non ottimali, sia perchè questa sensazione non è stata provata e quindi come “sconosciuta” determina reazioni abnormi. Il dolore nello sport è un ottimo alleato, sia perchè permette di innalzare il limite di dolorabilità, sia perchè ci fornisce un quadro limite delle nostre capacità. Questo dolore che chiamiamo* didattico però non deve essere estremizzato, ma stillizzato nell'atleta per aiutarlo a vincere la paura del dolore. Il dolore invece nell'allenamento deve essere assolutamente EVITATO perchè indica sovraccarichi della struttura ed è un chiaro segnale di allarme di un possibile danno tissutale. Quindi, un dolore sopportabile, latente di affaticamento è preludo di una crescita del nostro corpo, un dolore che blocca è sicuramente sbagliato e deve suggerire di modificare e/o sospendere l'attività. “LA VITTORIA E' UN TESORO CHE SI TROVA IN CIMA AD UN COLLE CHIAMATO DOLORE” *grazie Sensei
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I DOLORI DELLA CRESCITA Negli adolescenti sono frequenti i disturbi a ginocchio, caviglie e piedi dovuti allo sviluppo. Maggiori rischi li corrono i ragazzini che fanno sport. In alcuni casi la cura è il temporaneo e rigoroso riposo, in altri l'intervento è più complesso. I dolori di crescita. Non sono un'invenzione popolare, esistono davvero. E sono molto comuni, specie tra i giovani sportivi tra i dieci e i quindici anni. Hanno però cambiato nome, perché gli specialisti ne hanno chiarito l'origine e a ciascun problema hanno dato un nome. Si tratta di disturbi che colpiscono in maniera specifica l'età evolutiva, quando lo scheletro è ancora in accrescimento e non ha completato la sua maturazione. Durante questa fase cartilagini e tendini sono più vulnerabili e lo sport se eccessivo o praticato in maniera scorretta può infiammarli e lesionarli. Non solo: sembra che ossa, muscoli e tendini crescano a velocità differenti. Prima le ossa e poi gli altri tessuti che si adattano con un pò di lentezza alla nuova lunghezza raggiunta dallo scheletro. Tanto basta a generare una condizione di tensione sulle giunture dei tendini e a scatenare i dolori. Tuttavia, anche se i nomi di queste condizioni infiammatorie sono terribili a pronunciarsi, apofisite tibiale di Osgood-Schlatter, sindrome di Sinding-Larsen e sindrome di Sever-Blank, si tratta di problemi benigni di facile soluzione. Guariscono con il riposo e della fisioterapia, e solo raramente diventano invalidanti. Più gravi i problemi articolari tipici degli adolescenti. Sono generati dal distacco di un lembo di cartilagine articolare, condizione nota come osteocondrite dissecante. Colpisce più spesso ginocchio e caviglia e merita ogni sforzo terapeutico, perché può compromettere in modo irreversibile la funzione articolare. Infine, sempre tipici dei giovani sportivi, i distacchi di piccoli frammenti di osso dal bacino. Uno sforzo improvviso, durante un'azione di gioco e i muscoli impegnati e intensamente contratti strappano l'osso ancora troppo tenero al quale sono ancorati. Tutti "dolori di crescita", ma con cause, terapie e conseguenze molto diverse tra loro, che è bene distinguere per non generare apprensione eccessiva o al contrario minimizzare problemi più seri. Apofisite tibiale di Osgood-Schlatter. Una diagnosi che non deve far temere conseguenze. Riposo per tre, quattro mesi, terapia antinfiammatoria e il dolore al ginocchio passa senza lasciare conseguenze. Si tratta del disturbo più comune che colpisce i giovani sportivi tra i dieci e i quindici anni: una infiammazione della cartilagine di accrescimento di quella piccola sporgenza ossea ( apofisi tibiale anteriore), che tutti possono sentire con le dita al davanti della tibia, appena sotto la rotula. Calcio e calcetto sono di sicuro gli sport più a rischio per questo genere di problema, seguiti da pallavolo, pallacanestro e ciclismo. Nessuna disciplina può però dirsi veramente immune da questo disturbo se sollecita in modo intenso e ripetitivo l'arto inferiore. Difatti ogni sforzo compiuto con l'arto inferiore, si scarica interamente, per mezzo dell'apparato estensore del ginocchio, sulla piccola apofisi tibiale. Tanto basta a far soffrire la tenera cartilagine di accrescimento, frammentarla e a scatenare i tipici dolori. All'inizio compaiono solo dopo uno sforzo prolungato, al termine di una partita impegnativa, ma con il tempo insorgono pure sotto sforzo e se ignorati, possono persistere anche a riposo. La diagnosi spetta allo specialista, ma un primo concreto sospetto di sindrome di Osgood-Schlatter può essere formulato anche in famiglia: a ginocchio esteso, tre dita trasverse al disotto del margine inferiore della rotula si individua una piccola sporgenza dura e dolente alla palpazione, la apofisi tibiale infiammata. Tuttavia, specie nei più giovani la apofisi può essere molto appiattita e difficile da localizzare. C'è rimedio: sempre a ginocchio esteso si invita il piccolo sportivo a indurire la coscia. Sotto il ginocchio compare allora, ben teso, un grosso tendine, il sottorotuleo, la cui estremità inferiore si ancora giusto nel punto ricercato. Una radiografia ed una ecografia sono in ogni caso indispensabili a confermare la diagnosi e a escludere altre cause di dolore come tendiniti e più gravi malattie della tibia. Sindrome di Sinding-Larsen. Ha in comune con la sindrome di Osgood-Schlatter quasi tutto: stessa età di insorgenza, stessi sport, stessa terapia. La sede del dolore è invece un pò diversa: il polo inferiore della rotula. Il punto dove il robusto tendine sottorotuleo del ginocchio prende origine. Anche in quel punto infatti esiste una vulnerabile cartilagine di accrescimento che può infiammarsi a causa di sforzi troppo intensi. Si può quindi pensare alle due sindromi come ad una stessa malattia che cambia nome a seconda della sede. La sindrome di Sinding- Larsen tuttavia deve essere ben distinta da numerosi problemi e infiammazioni che interessano le immediate vicinanze del polo inferiore della rotula e presenta pertanto maggiore difficoltà di interpretazione. Il più comune è il ginocchio del saltatore, una tendinite che scatena i dolori nella stessa zona, ma anche problemi meniscali e infiammazioni articolari della rotula possono metterla a dura prova l'abilità diagnostica degli specialisti. Le radiografie e l'ecografia sono i primi esami da programmare, ma se la diagnosi resta dubbia non si deve esitare a ricorrere ai più sofisticati mezzi diagnostici, come la T.A.C. e la risonanza magnetica. Sindrome di Sever-Blenke. Un dolore al calcagno, che si irradia in alto verso il tendine di Achille e in basso verso la pianta del piede in un giovane atleta, deve far pensare alla sindrome di Sever- Blank. Specie se viene scatenato dall'attività fisica come la corsa e il calcio e da piccoli colpi. Colpevole dei sintomi, ancora una volta, una cartilagine di accrescimento che compare nel calcagno verso i nove, undici anni di età e scompare a sviluppo scheletrico ultimato. Molto vulnerabile per due motivi: è il primo punto che prende contatto con il suolo ad ogni passo e pertanto è esposta a continui piccoli urti. Non solo: il calcagno si trova tra due tiranti, il tendine di Achille e la fascia plantare. Due strutture fibrose e resistenti, che durante il passo e la corsa scaricano le loro forze giusto sulla delicata cartilagine calcaneare. Di qui il dolore e l'infiammazione tipici della sindrome. La vera origine del problema tuttavia è sconosciuta, forse il microtraumatismo genera dapprima una sofferenza vascolare nella cartilagine che viene così privata del suo nutrimento e poi l'infiammazione. Sicura è invece l'associazione tra i disturbi e piedi troppo piatti o troppo cavi. Difetti di appoggio che amplificano le sollecitazioni generate dallo sport sul calcagno. Di qui la terapia: riposo ed antinfiammatori, ma soprattutto plantari. Si tratta di solette anatomiche realizzate su misura, che correggono il difetto del piede e ripartiscono il carico sul calcagno. Correggono, non guariscono, esattamente come fanno un paio di occhiali: una volta che i sintomi sono stati superati, se il plantare viene abbandonato, il piede recupera all'istante la sua posizione innaturale e la sindrome può farsi nuovamente avvertire. Anche i plantari, quindi, come gli occhiali, una volta accertata la loro necessità, non possono più essere abbandonati. Neanche dopo i sedici anni di età quando la cartilagine del calcagno scompare, perché i piedi con difetti di andatura restano esposti ad altri problemi infiammatori questa volta a carico di tendini ed articolazioni. Il processo degenerativo-necrotico del tessuto osseo e cartilagineo, in particolare della regione apofisaria ossea, che colpisce soprattutto i soggetti tra i 4 e i 12 anni. Esiste una osteocondrosi dell'apofisi posteriore del calcagno (o malattia di Sever-Blenke) che si manifesta con dolori saltuari in sede calcaneare, specie dopo affaticamento. Guarisce spontaneamente senza lasciare esiti. L'unico trattamento consiste nell'applicare una soletta ortopedica di sostegno che riduce il dolore. È opportuno inoltre sospendere l'attività ginnico-sportiva. Si ha anche una osteocondrosi dell'apofisi tibiale anteriore (malattia di Osgood-Schlatter), che si manifesta con gonfiore subito al disotto del ginocchio e dolore nei movimenti di questa articolazione, e che guarisce spontaneamente. Anche in questo caso si deve sospendere l'attività sportiva sino alla scomparsa dei sintomi. Se il dolore è molto forte può essere applicato un apparecchio gessato. Osteocondrite dissecante. E' considerata patologia rara. Tuttavia se si considera la solo popolazione sportiva e tra questa solo i bambini e gli adolescenti la sua incidenza sale di molto. Una possibilità che è bene tenere sempre presente quando un piccolo sportivo riferisce dolore ad un ginocchio e a una caviglia, specie se pratica sport che lo espongono a urti e contrasti con altri giocatori. Ignorarla e ritardare i necessari sforzi terapeutici può infatti avere conseguenze permanenti per l'articolazione colpita. Non si tratta infatti dei" dolori di crescita" che con il tempo passano. La cartilagine dell'articolazione e a volte anche una porzione abbondante di osso si staccano dalla superficie dell'articolazione lasciando al loro posto un cratere grande come una moneta da dieci lire. Tanto basta a generare disturbi e dolori che possono innescare un precoce processo artrosico. Al ginocchio i suoi sintomi possono inizialmente essere scambiati per un più benigno problema meniscale. L'articolazione si gonfia, duole, il movimento produce piccoli scatti o rumore di scroscio e a volte si blocca. La diagnosi clinica e difficile e vista la soverchiante incidenza di problemi meniscali rispetto a quelli dell'osteocondrite si pensa subito alla prima possibilità. Poco male la risonanza magnetica e poi l'artroscopia dirimono ogni dubbio e indicano la successiva scelta terapeutica. Se il frammento, sebbene distaccato, è ancora alloggiato nella sua sede il riposo completo dell'arto e l'immobilizzazione con il gesso per alcune settimane sono il trattamento più efficace. In molti casi il frammento si consolida e restituisce al ginocchio una superficie articolare liscia e funzionante. Circostanza questa favorita dalla giovane età, quando le capacita di riparazione delle lesioni sono ancora alte. Meno favorevoli alla guarigione i distacchi completi, quando il frammento di cartilagine abbandona la sua sede e vaga libero nell'articolazione. Difficilmente si integra, anche quando viene accostato e fissato con appositi chiodini riassorbibili nella sua corretta posizione. C'è ancora rimedio: se il danno non è troppo esteso, può essere riparato con il trapianto di cartilagine. La tecnica, di recente introduzione nella pratica ortopedica, prevede il trasferimento di carote di cartilagine sana prelevate da una zona dello stesso ginocchio infortunato, ma non essenziale ai fini del movimento. La riparazione può essere compiuta con tecnica mini-invasiva utilizzando solo tre piccole incisioni cutanee e non prevede l'immobilizzazione post-operatoria. Distacchi ossei parcellari. Le cartilagini sono il punto debole dei piccoli sportivi, anche se poco note e insospettabili come quelle del bacino. Uno sforzo violento e improvviso durante un'azione di gioco e i potenti muscoli della coscia strappano via l'osso e la tenera cartilagine alle quali sono ancorati. Si tratta di un infortunio tipico dell'età evolutiva, perché una volta superati i venti anni le cartilagini di accrescimento scompaiono e l'osso difficilmente può essere distaccato. Il dolore è immediato e così forte che non solo l'attività fisica viene immediatamente penalizzata, ma anche camminare diventa penoso e costringe alla zoppia. I disturbi sono di solito riferiti alla radice della coscia, anteriormente all'inguine o posteriormente alla piega della natica. Una banale radiografia chiarisce subito il problema: un frammento di osso irregolare e grande come un pisello o una noce è ben evidente e distanziato di alcuni millimetri dal bacino. Non c'è niente da temere: il riposo completo a letto per un paio di settimane e un cauto ritorno alla deambulazione con stampelle sono in genere le misure sufficienti a risolvere ogni problema. Solo raramente, quando il frammento distaccato si è molto allontanato dalla sua sede e non può formare un valido callo osseo, si deve ricorrere alla chirurgia. Homo sum: nihil felix a me alienum puto. Sono un uomo: niente che capiti a un uomo considero a me estraneo. (Terenzio, Heautontimoroumenos)
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